Seymour Papert: MindStorms

Riflessioni su
Mindstorms
di
Enzo Del Greco


MINDSTORMS 
Bambini computers e creatività 
1984 Emme Edizioni s.r.l. 
via S.Maurilio, 13 - Milano 
traduzione di Anita Vegni 
del titolo originale 
Mindstorms:Children Computers and Powerful Ideas (1980) 

Ho usato ampiamente il testo originale ma si tratta di uno dei casi di divulgazione di idee potenti, innovative e di applicabilità immediata fatte in un linguaggio così piano ed emotivamente coinvolgente, che non è necessario manipolare. 
Tenendo fede al titolo "MINDSTORMS" scatena veramente una stimolante "tempesta". 

MINDSTORMS e stato pubblicato in America 16 anni fa, pur essendo una lettura raccomandabile agli insegnanti di qualsiasi area tematica, non credo che sia molto conosciuto da noi. 
Il libro infatti espone le motivazioni pedagogiche che hanno fatto nascere il linguaggio di programmazione LOGO nei templi dell'intelligenza artificiale, il MIT; non è solo un testo per quei pazzi della matematica che con il computer fanno meraviglie (o esercizio inutile ).Il LOGO ha caratterizzazioni didattiche spiccate fondate sulla epistemologia genetica di J.Piaget . 
Certo si argomenta di computer ma anche di lavoro di gruppo, dell'utilizzo in termini positivi dell' errore e di creatività; di come si possa migliorare già dai primi anni della scuola l' atteggiamento verso la creazione scritta, facilitata dall'utilizzo dell'elaboratore. La prima stesura è un abbozzo il correggere, fa parte del lavoro di composizione è un lavoro analogo a quello del programmatore, cosciente del fatto che alla prima stesura del programma seguiranno altre per migliorarlo: "...Ma se fossi in terza elementare, questa immagine esorbiterebbe dalle mie capacità. L'atto materiale di scrivere sarebbe lento e laborioso. Per la maggior parte dei bambini riscrivere un testo è così faticoso che il primo abbozzo è la versione definitiva, e non acquisiranno mai l'abilità di rileggere con occhio critico. Avviene un cambiamento straordinario quando i bambini hanno l'accesso ad elaboratori capaci di manipolare un testo. Il primo abbozzo è composto alla tastiera. Le correzioni sono facili da fare. La versione in corso è sempre chiara e ordinata. Io ho visto un bambino che si rifiutava di scrivere, prendervi intensamente gusto, dopo poche settimane di esercizi di dettatura con l'elaboratore, e ottenere risultati qualitativamente migliori. Si assiste a cambiamenti ancora più sensazionali quando handicap fisici rendono al bambino la scrittura più difficile del normale, se non impossibile." 
Nel testo appare l'idea di "cultura" unica, che rimane disgiunta solo nelle menti rigidamente arroccate in difesa di quello che la tradizione ci offre come peggiore eredità : la divisione tra "umanista" e "scientifica". 
Si teorizza e si propone un corretto utilizzo dell'elaboratore, soprattutto quando sono i bambini ad essere introdotti all'informatica, rischiando di rimanere vittime di metodologie obsolete o utilizzo di uno strumento, che non era pensato per la didattica, in maniera impropria . 
Mi interesso da più di un decennio del problema e ho incontrato molti fautori del tecnicismo informatico che per anni ha continuato a considerare la programmazione Basic il massimo dell'espressione informatica nella scuola. Il BASIC viene considerato da Papert dannoso come l'effetto QWERTY: "...Le scelte fatte da educatori, da associazioni, da pubblici poteri e da privati, possono influire sui cambiamenti potenzialmente rivoluzionari della maniera in cui i bambini apprendono. Ma non è sempre facile effettuare buone scelte, in parte perché siamo condizionati dalle scelte passate. Il primo prodotto disponibile di una tecnologia nuova, per quanto primitivo esso sia, tende ad imporsi. Ho chiamato questo fenomeno, il fenomeno QWERTY .  
Su una macchina da scrivere, la fila superiore dei tasti alfabetici si legge QWE RTY (per i lettori italiani sarebbe il fenomeno QZERTY) . Questo, per me, è il simbolo del modo in cui, troppo spesso, la tecnologia può essere utilizzata non come forza di progresso, ma per mantenere le cose in una situazione statica. La disposizione QWERTY non ha alcuna giustificazione razionale, solo la storia delle macchine da scrivere la spiega. Fu introdotta come risposta ad un problema sorto nei primi tempi: i tasti tendevano a incastrarsi uno con l'altro. Si pensò di ridurre al minimo il problema della collisione, separando i tasti che nella battitura si susseguivano frequentemente. Pochi anni dopo, dei progressi generali nella tecnologica rimossero questo inconveniente, ma il sistema QWERTY restò; era troppo tardi ormai: era stato adottato. Fu utilizzato su milioni di macchine da scrivere e si risolse in un metodo di apprendimento della dattilografia. Il costo sociale di una modifica alla tastiera (per esempio, mettendo " insieme " i tasti più usati) aumentava in proporzione all'interesse acquisito, derivante dal fatto che un numero incalcolabile di dita era assuefatto alla tastiera QWERTY. QWERTY è dunque restato, a dispetto dell'esistenza di altri sistemi più " razionali ". D'altra parte, se chiedete alla gente che cosa pensa della disposizione QWERTY, la giustificherà con dei criteri " oggettivi ". Vi dirà che " facilita questo " o " evita quello ". Sebbene queste giustificazioni non abbiano alcun fondamento razionale, illustrano un processo sociale di costruzione del mito che ci permette di accettare, in un sistema qualsiasi, delle caratteristiche arcaiche. Io penso che abbiamo infilato la strada che ci porterà a fare esattamente la stessa cosa con l'elaboratore. Ci stiamo fossilizzando in un anacronismo con questa mania di conservare delle pratiche prive di qualunque base razionale, al di là delle loro radici storiche risalenti ad un periodo iniziale dello sviluppo tecnologico e teoretico.  
L'uso che viene fatto degli elaboratori per esercizi scolastici non è che un esempio del fenomeno QWERTY nel campo dell'informatica." 
Il Basic nasce per esigenze che nulla hanno a che fare con l'apprendimento, la sua semplicità fu dettata da scelte tecnologiche che esprimevano scarse potenze elaborative. Il BASIC non è adatto a formare utili procedure per apprendere, soprattutto per potenziare quella che è la capacità di risolvere problemi. 
Troppe volte ho letto in testi elementari che per risolvere i problemi si deve tracciare il diagramma di flusso. Il diagramma di flusso è si utile prerequisito per sviluppare una programmazione "lineare" non strutturata nel primo BASIC, linguaggio semplice nato per computer poco evoluti, ho sentito proporre il suo tracciamento come "metodo" risolutivo dei problemi: niente di più assurdo. Il diagramma di flusso è solo uno dei modelli per descrivere l'algoritmo. Per raggiungere la soluzione del problema ,devo creare l'algoritmo risolutivo da proporre ad un esecutore. Devo attraversare diversi stadi, primo fra tutti quello della analisi del sistema da cui nasce il problema, della sua semplificazione e creativa scomposizione in elementi racchiusi da un confine, che è ipotesi, e che può essere ampliato a contenere altri elementi se quelli considerati non sono sufficienti a soddisfare le domande, ricerca e valutazione dei dati ritenuti indispensabili all'elaborazione del modello risolutivo. 
Papert dal 1959 al 1964 ha lavorato con Jean Piaget e successivamente si è trasferito al MIT collaborando con Marvin Minsky attorno alla teoria generale dell'intelligenza (chiamata "La teoria della società della mente"). 
Tra le numerose citazioni che Minsky propone di Papert, nel suo libro "La società della mente" ADELPHI 1989, c'è questa : 
"...Le teorie precedenti avevano per lo più tentato di spiegare gli esperimenti di Piaget ipotizzando che i bambini sviluppino col tempo modi di ragionare diversi. Questo è certamente vero, ma l'importanza della concezione di Papert sta nel sottolineare non soltanto gli ingredienti del ragionamento, ma anche il modo in cui essi sono organizzati: una mente non può crescere molto se si limita ad accumulare conoscenze. Deve anche inventare modi migliori per usare ciò che già sa. Questo principio merita un nome.  
PRINCIPIO DI PAPERT: alcuni fra degli stadi più cruciali dello sviluppo mentale sono basati non sulla semplice acquisizione di nuove abilità, bensì sull'acquisizione di nuovi metodi amministrativi per usare ciò che già si conosce." 

Papert, in Mindstorm, fa riferimento costante al pedagogo svizzero e ai cinque anni passati con lui a Ginevra al Centro di epistemologia genetica e al modo di considerare i bambini come "attivi costruttori delle proprie strutture intellettuali" che sono comunque soggetti alle limitazioni dell'età nel superare la fase che conduce dal pensiero concreto, già sviluppato a sei anni, a quello formale all'età di circa dodici anni. L'idea espressa da Papert è questa: 
"Ricorro a Piaget per il modello secondo il quale i bambini sono essi stessi costruttori delle loro strutture intellettuali. Sembra che i bambini abbiano un dono innato per imparare, poiché molto tempo prima di andare a scuola accumulato una gran quantità di conoscenze mediante un processo che io definiscono " apprendimento piagetiano " o " apprendimento senza insegnamento ". Per esempio i bambini apprendono a parlare, apprendono la geometria intuitiva necessaria a muoversi nello spazio, e apprendono quel tanto di logica e di retorica per raggirare i loro genitori, e tutto questo senza che nessuno gliel'abbia " insegnato ". Dobbiamo chiedersi perché certi apprendimenti hanno luogo così presto e spontaneamente, mentre qualche altro è ritardato di molti anni o non si realizza affatto, se non attraverso un'istruzione formale volutamente imposta.  
Se in realtà consideriamo il " bambino come costruttore " ci avviciniamo alla risposta. Tutti i costruttori hanno bisogno di materiali con cui costruire. La dove io sono in disaccordo con Piaget è nel ruolo che io attribuiscono alle culture circostanti in quanto fonte di questi materiali. In taluni casi la cultura li fornisce in abbondanza, facilitando così l'apprendimento costruttivo si descritto da Piaget. Il fatto, per esempio, che molte cose importanti (coltelli e forchetta, madri e padri, scarpe e calze ) si presentano in coppia, è un " materiale " per la costruzione di un'intuitiva nozione del numero. Ma in più di un caso in cui Piaget spiegherebbe lo sviluppo più lento di un particolare concetto con la sua più grande complessità o formalità, io vedo il fattore decisivo nella relativa povertà della cultura riguardo a quei materiali che renderebbe quel concetto semplice e concreto. In altri casi ancora la cultura può fornire materiali, ma bloccarne l'uso. Nel caso della matematica formale, c'è sia penuria di materiali formali che un blocco culturale. La matofobia endemica della cultura contemporanea impedisce a un gran numero di persone di apprendere qualsiasi cosa che essi considerano "matematica", benché non abbiano alcuna difficoltà nell'impadronirsi del sapere matematico non percepito come tale." 
La volontà espressa e realizzata dall'autore nel libro e quella di creare attraverso l'utilizzo dell'informatica e del linguaggio LOGO un superamento della scissione schizofrenica della nostra cultura fra conoscenze scientifiche e umanistiche. 
"Platone aveva scritto sulla sua porta: " nessuno entri se non è geometra". I tempi sono cambiati. La maggior parte di coloro i quali, oggi cercano di entrare nel mondo intellettuale di Platone non conoscono la matematica, né vedono la minima contraddizione nell'ignorare la sua ingiunzione... Platone era un filosofo, e la filosofia fa parte delle discipline umanistiche esattamente come la matematica fa parte delle scienze. Questa grande separazione sia è completamente integrata nel nostro linguaggio, nella nostra visione del mondo, nella nostra organizzazione sociale, nel nostro sistema educativo e di recente, è entrata anche nelle teorie neurofisiologiche. Si autoperpetua: più la cultura è divisa, e più ogni settore, crescendo, rinforza la scissione.  
Ho già suggerito che l'elaboratore può servire da forza per abbattere il muro tra le "due culture". Io so che l'umanista sarà tentato di dubitare che una "tecnologia" possa modificare i suoi assunti sul genere di conoscenze che sono pertinenti al suo campo di studi. Quanto allo scienziato, può nella stessa misura, temere di vedere attenuato il rigore della sua disciplina dall'improvvisazione di un pensiero umanistico "poco consistente". Tuttavia, mi sembra che la presenza dell'elaboratore potrebbe gettare i semi per lo sviluppo di una cultura critica meno dissociata." 
Nei capitoli successivi al terzo entriamo nel mondo del LOGO, un mondo fatto di esperimenti mentali elaborati a partire dall'esperienza, dal vissuto corporeo e codificati in un linguaggio che permette ad un automa , rappresentato con un piccolo triangolino sullo schermo del computer chiamato TARTARUGA, di eseguire compiti di tracciare poligoni con lati sempre più numerosi o giardini fioriti e colorati con un numero di comandi facili da apprendere come AVANTI 30, DESTRA 45 . 
"La geometria della tartaruga è uno stile di geometria diverso dagli altri, come lo stile assiomatico d'Euclide e dello stile analitico di Cartesio erano anch'essi differenti l'uno dall'altro. Lo stile d'Euclide è logico, quello di Cartesio è algebrico. Lo stile della geometria della tartaruga è informatico. Euclide elaborò la sua geometria partendo da un insieme di concetti fondamentali, uno dei quali è il punto. Un punto può definirsi come un'entità che ha una posizione, ma non ha nessuna'altra proprietà. Non ha colore, né dimensione, ne forma. Chiunque non sia mai stato iniziato alla matematica formale, spesso trova questa nozione difficile da afferrare, per non dire bizzarra. È difficile correlarla con qualsiasi altra cosa che si conosca. Anche la geometria della tartaruga ha un'entità fondamentale simile al punto d'Euclide. Ma quest'entità che il giochiamo "tartaruga", può essere messa in relazione con altre cose già note, perché contrariamente al punto di Euclide essa non è così totalmente sprovvista di proprietà, ed invece di essere statica, è dinamica. Oltre alla sua posizione, la tartaruga possiede un'altra importante proprietà: ha l'orientamento... Una tartaruga è in qualche luogo, anche'essa ha una posizione, ma in più guarda in una certa direzione, ha un orientamento. In questo senso, la tartaruga è paragonabile a un essere umano (io sono qui e guardo verso nord) o a un animale o a una barca. Da queste similitudini deriva la speciale capacità della tartaruga di servire al bambino come primo esempio tipico di matematica formale. I bambini possono identificarsi con la tartaruga e ricorrere quindi alla conoscenza che hanno del loro corpo e del suo movimento nell'affrontare la geometria formale." 
Molti sono i suggerimenti che ricaviamo proseguendo la lettura, ad esempio quello della possibilità di anticipare i tempi di acquisizione dei concetti, rispetto alle età definite da Piaget, introducendo il LOGO e utilizzandolo per costruire un sapere "procedurale" . 
Fa riferimento alle osservazioni condotte su bambini di sei sette anni che evidenziano la loro capacità di utilizzare le grandezze numeriche con proprietà, applicandole allo spazio e al tempo, ma trovando difficoltà ( che in molti adulti permane) di eseguire compiti di tipo combinatorio come quello di associare coppie di palline colorate secondo tutte le combinazioni possibili. 
"Può essere universalmente vero, nelle società preinformatiche che le conoscenze numeriche siano molto più in auge delle conoscenze di programmazione. Non si hanno difficoltà a trovare spiegazioni plausibili tale universalità socio-cognitiva. Ma le cose potrebbero cambiare nel1e culture del futuro, permeate dall'informatica. Se gli elaboratori e la programmazione entrano nel quotidiano dei bambini, il divario tra il combinatorio e la conservazione sicuramente si colmerà e potrebbe verificarsi una situazione inversa: i bambini, chissà, imparerebbero ad essere sistematici prima di essere capaci di quantificare!" 
Potremmo favorire il passaggio dal "concreto" al "formale" e rendere facilmente assimilabili concetti di tipo combinatorio. 
Il LOGO presenta varie opportunità di crescita della consapevolezza di come si deve apprendere: il concetto di "bug", di errore, diviene costruttivo, l'errore non viene rimarcato come dannoso. L'errore è utilizzato in modo di sviluppare la capacità di osservare e modificare il proprio punto di vista con l'aiuto degli altri. Insegna al docente a mantenere la sua capacità di imparare continuamente dallo scambio con l'alunno, impone un punto di vista di risoluzione dei problemi che frutta il concetto di "gruppo" in cui nessuno può essere additato come colpevole se ha commesso un errore ,se l'errore è l'occasione per arrivare "insieme" al risultato soddisfacente, alla soluzione. 
Nel capitolo ottavo, si ipotizza, un modo di apprendere anche "senza scuola" o più esattamente liberandosi del concetto "scuola", tradizionale. Riprende quello che già nelle prime pagine considera come una rivoluzione da fare: "...Io vedo il classe come un ambiente di apprendimento artificiale e inefficiente, forzatamente inventato dalla società perché i suoi ambienti informali mancano di essenziali settori del sapere, quali la scrittura, o la matematica scolastica. Io credo che la presenza dell'elaboratore ci permetterà di modificare così profondamente l'insieme del sapere all'esterno delle aule scolastiche, che gran parte, se non tutte, le conoscenze che oggi le scuole cercano di impartire con tanta fatica, spesa e limitato successo, saranno a apprese, così come il bambino impara a parlare, senza sofferenza, con pieno successo e senza un'istruzione organizzata. Questo implica ovviamente che le scuole come noi oggi le conosciamo non ci saranno più. Ma è una questione aperta se scuole si adatteranno trasformandosi in qualcosa di nuovo, o se spariranno e saranno sostituite da qualcos'altro." 
Nell'epilogo Papert critica alcune idee di Poincaré. Secondo Poincaré, la matematica è percepibile nella sua "bellezza" e il piacere matematico è esclusivo di menti predisposte e che appartengono a una "minoranza, forse molto ridotta, della razza umana". Papert propone, invece, la visione di una matematica "egosintonica", vale a dire una matematica in sintonia con il corpo: il costruire le procedure per far realizzare compiti alla tartaruga sono azioni e comportamenti del nostro agire nello spazio, un modo per strutturare il contesto del lavoro matematico in dimensione estetica "Anche nel suo senso più limitato di attraente"
Un libro da leggere e rileggere, io l'ho fatto, lo dimostra la copertina tenuta da nastro adesivo, le sottolineature ed appunti (a matita) che lo integrano. 
Buona lettura e discutiamone insieme!... 

P.S. Devo proprio concludere, ogni volta che riapro il file che sto scrivendo, dopo aver sfogliato per l'ennesima volta MINDSTORMS, mi viene d'aggiungere qualcos' altro 

P.P.S. Questa citazione sarà l'ultima. Poi andate in libreria c'è ancora molto altro da leggere (anche sull' apprendimento della fisica ad esempio...ma basta!). 
"Noi siamo ad una svolta della storia dell'educazione. Un cambiamento radicale è possibile, e questo cambiamento è direttamente legato all'impatto con l'elaboratore. Quello che oggi viene offerto sul "mercato" dell'educazione è largamente determinato da quello che sembra accettabile a un sistema indolente e conservatore. Ma è qui che la presenza dell'elaboratore non tarderà a creare le condizioni favorevoli al cambiamento. Consideriamo in quali condizioni si potrebbe mettere in pratica, oggi o nel prossimo futuro, un nuovo progetto pedagogico. Supponiamo che io abbia un'idea per far apprendere la matematica ai bambini più in fretta e più umanamente. E supponiamo che io sia riuscito a persuadere un milione di persone che la mia idea è buona. Per un qualsiasi altro prodotto un tale mercato garantirebbe il successo. Eppure, nel mondo dell'educazione dei nostri giorni questo non varrebbe un chiodo: un milione persone dispersi in tutta la nazione non rappresenterebbero che una minoranza nei sistemi scolastici di ogni città, così che il milioni di voci non avrebbe un canale efficace per farsi intendere. Ed è così che non soltanto dalle buone idee pedagogiche restano negli scaffali, ma che lo stesso processo d'invenzione è bloccato.  
Questa inibizione dell'invenzione a sua volta influenza la selezione delle persone che si trovano coinvolte nel campo educativo. Pochissimi di coloro che avrebbero l'immaginazione, la creatività e il dinamismo necessari per innovare veramente, vi entrano. Molti di quelli che vi sono entrati l'abbandono per delusione. Nel mondo dell'educazione il conservatorismo è diventato un fenomeno sociale che si perpetua da solo.  
Per fortuna, c'è un punto debole in questo circolo vizioso. Sempre più, in futuro, singoli individui possederanno il loro elaboratore, per cui il potere di scegliere i modelli d'educazione ritornerà gradualmente ad essi. L'educazione diverrà più che mai un affare privato, e chi avrà idee valide, idee alternative, idee stimolanti, non avrà da affrontare il solito dilemma: vendere le proprie idee a una burocrazia conservatrice, oppure accantonarle. Potrà offrirle in un mercato aperto direttamente ai consumatori. Si apriranno nuove vie per l'immaginazione e l'originalità. Potrebbe esserci una rinascita del pensiero pedagogico." 
Qualcuno di noi raccoglie l'invito? INTERNETCONNETTIAMOCI e vediamo cosa può accadere...



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